Una esperienza personale del rapporto ostetrica-gestante

Descrizione proprio contesto professionale

E’ un pomeriggio  particolare il giorno in cui è avvenuta questa esperienza: è il pomeriggio del giorno di Natale.

Io eseguivo il mio normale turno pomeridiano che coincideva con questa festività.

Vado sempre volentieri a lavorare i giorni festivi, in modo particolare le festività religiose, perchè sembra entrare    un pò di spiritualità anche in un ambiente così materiale come l’ospedale.

E’ piacevole godere della facoltà di non lavorare i giorni feriali, e farlo quando la maggior parte delle persone sono a casa; questa inversione rende più scorrevoli le mie giornate, e meno frenetico il mio orario di lavoro.

C’è da considerare inoltre che in un grande ospedale come quello dove lavoro io, i giorni festivi sono caratterizzati da una notevole diminuzione del lavoro di routine, con meno afflusso di persone; in poche parole c’è meno confusione, quindi ci occupiamo dei casi con più tranquillità, incontrando inoltre una migliore disponibilità degli operatori sanitari presenti.

Nella mia sala parto vi sono anche i medici Universitari, ciò è molto positivo per la continua innovazione tecnico-scientifica, che essi apportano, per altro ci sono i disagi della convivenza tra medici Ospedalieri e medici Universitari.

La Divisione è costituita da 3 box per il travaglio, una stanza occupata da due barelle per l’emergenza, molto spesso occupate, più un’ altra stanza per la pre-anestesia e l’osservazione post-operatoria; un corridoio per separare le due sale attigue, la sala parto e la camera operatoria.

Nei giorni feriali c’è spesso la ressa di specializzandi, studenti in medicina, medici di guardia, anestesisti, professori universitari, le ostetriche, l’infermiera e l’ausiliario di turno;

tutto questo circolare di personale, più il lavoro di routine degli interventi in camera operatoria toglie molta naturalità all’ambiente che una gestante si aspetta di vedere per l’espletamento di un parto spontaneo.

Il crescente numero di prestazioni per soddisfare la richiesta,va a discapito della qualità; nonostante da diversi anni si parli nelle amministrazioni del miglioramento della qualità.

Noi ostetriche, complici le infermiere ed alcuni ginecologi più sensibili, cerchiamo di realizzare per quanto è possibile le condizioni che più si avvicinano alle teorie dell’umanizzazione del parto, argomento di discussione agli ultimi congressi di Ostetricia;

purtroppo  garantire un ambiente tranquillo e rassicurante per le condizioni accennate precedentemente non sempre è possibile, soprattutto quando si aggiungono le emergenze per il quale è necessario allestire la camera operatoria, con tutto ciò che ne consegue.

Negli ultimi anni un  nuovo Primario Universitario, il Professor C. Romanini, si sta occupando dell’assistenza di gravidanze a rischio, e spesso arrivano casi clinici particolari da diverse regioni del centro e sud-Italia, assorbendo molta energia ed attenzione da parte di tutta l’equipe medica e paramedica.

Per quanto riguarda l’amministrazione, tutto procede con le caratteristiche tipiche della Sanità Pubblica Italiana, che non facilitano l’attività degli operatori.

Descrizione Caso Clinico

Il pomeriggio di lavoro si prevedeva tranquillo, erano presenti solo una gestante ed una puerpera in sosta per i controlli post-parto .

La gestante che chiamerò Francesca, nome convenzionale, per il rispetto della privacy, si è ricoverata il 23/12/98 alle ore 12.30 previa indicazione del suo ginecologo per “Gravidanza oltre il termine” avendo raggiunto la 41°settimana e 4 giorni di gestazione .

Francesca è nata a Roma, ha 37 anni, é una donna dolce e sensibile e per il suo aspetto minuto ed armonioso non dimostra affatto la sua età .

Si è sposata nel 1993, la sua professione è restauratrice . Nel 1995 ha avuto la sua prima gravidanza che ha interrotto con un aborto terapeutico per Sindrome di Turner.

Il giorno del ricovero Francesca si sottopone ai normali controlli di routine.

Il giorno dopo il medico di guardia inizia con il consueto approccio terapeutico dettato in  questi casi applicando il Prepidil gel 0,5 mg intracervicale per l’induzione al travaglio di parto, senza però avere esito nell’ arco delle 24 ore.

Il 25/12  viene somministrata un’ altra dose di Prepidil gel, sempre con lo stesso scopo .

Dopo il consueto scambio di auguri data la particolare festività mi appresto a constatare di persona le condizioni dell’unica gestante, essendo la sola ostetrica di turno.

Entro nel box, Francesca era sdraiata a letto con in corso la cardiotocografia, accanto a lei il marito, seduto, con un atteggiamento affettuoso e protettivo ma non invadente.

Mi presento e le rivolgo alcune domande di carattere generale sulle sue condizioni, per iniziare ad instaurare una buona comunicazione. La comunicazione è un gradino indispensabile affinchè nasca un rapporto di fiducia reciproca in modo da trasmettere la disponibilità necessaria di cui una gestante ha bisogno, per esternare ciò che può essere per lei fonte di preoccupazione o turbamento.

E’ nota la relazione tra la presenza di elementi che disturbano con il processo fisiologico del parto.

Saper ascoltare è tra le cose più importanti; è la premessa necessaria ad un lavoro deduttivo, permette infatti all’operatore sanitario di decidere quando intervenire e con quale strumento, ma soprattutto quando farsi da parte pur garantendo la sua costante presenza. Altresi’ è importante stabilire una relazione basata sul rispetto e fiducia in cui la gestante sà che può essere ascoltata e di riflesso essere pronta ad ascoltare ciò che l’ ostetrica le consiglia

In questo primo contatto Francesca mi parla del motivo per cui si trova in sala parto e, brevemente, quanto è accaduto nei giorni precedenti.

Emerge,  che è ben disposta ad affrontare il travaglio ed un parto naturale, non ci sono ansie o paure riguardo a questo; anzi è paziente e fiduciosa circa la sua situazione, un pò “effetto” di come i medici gestiscono il caso, ma questo data la sua situazione è normale.

Alle ore 15.10 eseguo una visita ostetrica; le condizioni ostetriche non si sono modificate rispetto alla mattina, rilevo così quanto segue: porzio-cervico-vaginale in via di centralizzazione quasi completamente appianato, pervio all’apice del dito. Parte presentata cefalica adagiata allo stretto superiore.Membrane integre, attività contrattile scarsa,  battito cardiaco fetale regolare.

Francesca ed il marito mi chiedono cosa si prevede per loro, io gli spiego con molta tranquillità che quanto stà accadendo a loro è un decorso spesso normale, e che il tempo d’attesa ancora sarà lungo.

Comprendendo la situazione particolarmente stressante per la coppia cerco maggiormente di creare un ambiente in cui loro sentono di avere la massima disponibilità da parte del personale, facendoli sentire a loro agio e sicuri così che le condizioni fisiche ed emotive di Francesca possono scorrere senza interferenze.

Capisco che ciò è avvenuto dalla domanda che mi pone il marito chiedendomi sino a che ora rimango in servizio.

Evoluzione della relazione Ostetrica-gestante

Introduco una premessa riguardante noi operatori sanitari.

E’ consuetudine per noi rivolgersi al paziente con professionalità  e cordialità, alcune volte però, per la tipicità caratteriale del paziente non sempre riusciamo a concedere tutte le qualità che abbiamo, o almeno non nella stessa misura. Si viene a creare la condizione in cui con alcune persone ci “concediamo” di più.

Io mi rendo conto quando nel rapporto Ostetrica- gestante si crea per fenomeni di sintonia caratteriale quel coinvolgimento emotivo che è superiore ad un normale rapporto precostituito tra operatore e paziente.

Posso dire che in questa esperienza è avvenuto quello che nella terminologia di Michael Balint viene descritto con il nome di “Flash” per definire un approccio psicosomatico in cui concorrono più componenti.

M. Balint sottolinea che quando due persone si trovano di colpo sulla medesima lunghezza d’onda, avviene un “flash”; si determina così tra operatore e paziente una nuova e diversa comprensione che approfondisce la relazione, basandosi sulla reciproca identificazione delle difficoltà del paziente.

Il “flash” è quindi il coronamento relazionale che conferisce il carattere più positivo ed importante al “farmaco medico” agendo da aiuto terapeutico.

Questa relazione così completa con estrema facilità porta l’ operatore a rilevare la punta di un iceberg per comprendere componenti particolari che influenzano la normale routine terapeutica.

Questo è ciò che è accaduto in questa esperienza di lavoro.

Al secondo contatto, Francesca mi parla di quanto è  stata attesa la bambina, sia da lei che suo marito; mi viene spontaneo chiederle se questa gravidanza è una gravidanza assistita, e lei mi dice che è insorta del tutto spontaneamente, raccontandomi un pò di vicissitudini a riguardo.

Francesca racconta che in passato non rimaneva incinta e che in seguito a diversi controlli ginecologici le avevano diagnosticato un canale cervicale completamente chiuso che impediva il passaggio degli spermatozoi.

Questa  “diagnosi” a lei per prima non convinceva, in quanto senza che nessuno influenzasse la sua conoscenza a riguardo si chiedeva come il flusso mestruale riusciva a passare.

In seguito andò dal suo attuale ginecologo, un medico di risaputa competenza e professionalità nel’ ambito ostetrico, tra l’ altro un ginecologo del mio ospedale; quando Francesca  ha avuto la prima visita, naturalmente riferì, paure, diagnosi, e perplessità accumulatesi con le visite precedenti.

Il medico introdusse durante la visita ginecologica un particolare specillo nel canale vaginale senza che lei se ne accorgesse, così per non innescare meccanismi di difesa o di natura psicosomatici; appena introdotto lo specillo ha fatto girare il suo viso verso l’ ecografo che evidenziava il passaggio dello strumento .

Il ginecologo è stato effettivamente molto scaltro, ha verificato prima fra tutte le reali condizioni fisiche, poi ha cercato di comprendere anche le componenti emotive che esistevano intorno al problema .

Francesca mi racconta che il medico le ha spiegato che il canale cervicale può essere per giorni completamente chiuso, e  giorni pervio, con meccanismi gestiti da circuiti mentali influenzabili facilmente.

Da quel momento Francesca si è tolta un  grosso peso, la preoccupazione che qualcosa nel suo fisico le impediva di  diventare madre è così svanita facendo posto alla  consapevolezza che questo ostacolo non c’era; ciò è stato definitivo per l’ insorgere di una gravidanza spontanea .

Ho capito che Francesca da questa esperienza  aveva sperimentato quanto la mente poteva influenzare l’ organismo, ed ho posto l’ accento con delicatezza su questa cosa con lo scopo di indurla a comprendere che nella situazione in cui si trovava ora, molto probabilmente entravano in causa fattori nascosti di natura mentale , in cui il suo volere reale doveva nuovamente predominare.

Francesca essendo per sua natura intelligente e sensibile ha compreso cosa io le volessi comunicare, annuendo con la testa .

Nei diversi colloqui avuti con Francesca non è emerso nulla  riguardo la gravidanza precedente .

Alle ore 18.00 eseguo un’ altra visita ostetrica constatando l’ assenza di cambiamenti significativi; infatti le condizioni erano simili alla visita precedente con una minima modificazione nella dilatazione del collo .

I medici di guardia  decidono allora di “passare all’attacco” somministrando l’ ossitocina in soluzione glucosata per via endovenosa, per indurre il travaglio, data l’ esistenza di condizioni fisiche così “tenaci” .

Francesca è sempre tranquilla e fiduciosa.

Io le spiego cosa stà succedendo e cosa si spera di ottenere con l’ infusione; la tranquillizzo dicendole che anche il suo ginecologo aveva suggerito di proseguire con la somministrazione dell’ ossitocina.

L’ infusione inizia a creare dei cambiamenti, ma non come ci si aspetterebbe; le contrazioni sono piccole e scoordinate, il battito cardiaco della bambina non manifesta segni di sofferenza, e si continua ad aspettare.

Francesca ed il marito sono pazienti, pronti a superare tutto pur di arrivare al traguardo tanto atteso, e cioè avere la loro bambina tra le braccia.

Integrazione delle nuove conoscenze nella cura quotidiana

Data la tranquillità della giornata ho la possibilità di dedicarmi maggiormente a seguire l’evoluzione di questo caso, e decido di fare un procedimento di ausilio nei casi in cui ci sono difficoltà nel partorire o possono essere presenti “resistenze” non obiettive, ma di natura mentali. Per difficoltà si intendono tutte quelle condizioni che non rientrano in un normale processo fisiologico.

Il nome del procedimento che mi appresto a fare è: “Assist for a woman having trouble delivering” ed il suo uso è: “can be used on expectant mother who is having difficulty  delivering”.L’ho  studiato in un testo di un autore Americano, L. Ron Hubbard, ricercatore nel campo della mente umana,  in cui ci sono una serie di procedure per diverse situazioni, ed il loro metodo di applicazione.

Le condizioni in questo caso c’erano, le circostanze lo permettevano, così non mi sono astenuta dal fare qualcosa che forse esula dai miei compiti, ma data l’innocuità del procedimento, in grado di produrre dei risultati significativi non ho esitato.Sono entrata nel box, ho chiesto gentilmente al marito se poteva lasciarci sole; lui senza esitazione anzi con tacito accordo è uscito.Io ho chiuso la porta ed ho detto a Francesca se era disposta a fare una procedura che poteva essere utile in questa circostanza , accennandole brevemente di cosa si trattava. Avuto il consenso, abbiamo iniziato. Ho avvisato l’infermiera che non doveva assolutamente disturbare,ed ho chiuso la porta. Compiaciuta della fiducia concessa da Francesca, ho messo davanti a lei diversi oggetti che avevo recuperato nella stanza, una siringa, un batuffolo di cotone, un libro ecc., poi le ho chiesto in tono imperativo di darmi…..(il nome dell’oggetto). Lei doveva eseguire ciò che le chiedevo, quando tutti gli oggetti passavano dalla mia parte io li rimettevo vicino a lei e si continuava così, interrompendo quando Francesca  aveva delle cose da comunicare.Dopo pochi minuti dall’inizio del procedimento le chiedo come stà, e lei sorridendo dice:”mi diverte”.Continuiamo.Dopo un pò Francesca cambia espressione del volto, inizia ad avere voglia di piangere, io chiedo cosa stà succedendo, e lei inizia a parlare della gravidanza precedente e di quanto si sentiva in colpa per aver fatto l’aborto terapeutico; che aveva sempre la sensazione che doveva espiare la colpa, manifestando nel frattempo un pianto liberatorio.Io ero molto commossa , essendo mamma anche io, comprendevo le sue emozioni, cercavo comunque di padroneggiare la situazione; ho detto ha Francesca di proseguire con il procedimento, lei si fà guidare senza nessuna perplessità. Il suo volto appare più sereno, ma è ancora un pò triste, poco dopo mi dice che sempre nella gravidanza precedente aveva un forte desiderio di “avere la pancia”, ci teneva in modo particolare a quella condizione, e si è sentita crollare il mondo addosso quando poi ha perso la gravidanza, e nello stesso tempo c’è stata una forte diminuzione del suo livello di fiducia che aveva nei confronti della vita.Tutto questo aveva fatto abbassare il suo tono emozionale abituale.Abbiamo continuato ancora il procedimento, non essendo presenti tutti gli indicatori per terminare; quando Francesca ha comunicato con tono tranquillo ed espressione serena che aveva avuto la sensazione di riacquistare nuovamente fiducia, abbiamo terminato. Io ho rimesso a posto gli oggetti, le ho fatto un sorriso rassicurante e sono uscita dal box. La sera alle ore 22.30 i medici di guardia decidono di sospendere l’infusione di ossitocina dal momento che non aveva causato cambiamenti significativi. Io consiglio a Francesca di approfittare per riposare e recuperare le energie per quando occorreranno. Francesca ha riposato tutta la notte, alle ore 05.30 la visita ostetrica ha rilevato che le condizioni locali si erano modificate, c’era una dilatazione del collo di 4-5 cm.

Alle ore 08.00 il medico fa rimettere l’infusione di ossitocina per coordinare il travaglio; alle ore 11.00 Francesca arriva a “dilatazione completa”, alle ore 11.43 nasce la bambina. Punteggio di Apgar 9-10 ; Kg. 2830. Io non ho visto purtroppo questo momento , ma quando sono andata via, sapevo che la situazione di Francesca era avviata per una tranquilla dirittura di arrivo.

Conclusioni

Riflessioni riguardo questo vissuto relazionale

-Una buona qualità assistenziale deriva da conoscenze scientifiche, empiriche, analitiche ed intuitive, frutto di anni di studio, ricerca ed esperienza professionale. Poter dare tutto questo è un ‘esperienza formativa, e dal punto di vista professionale e di arricchimento personale.

-La comunicazione nel lavoro degli operatori sanitari ha un ruolo fondamentale nel determinare la professionalità e quindi la qualità del servizio prestato. Se devo dare un valore numerico a ciò che concorre in questo, posso dire che il 50% è competenza tecnica, con la dovuta esperienza; ed il rimanente 50% è dato da un’ armoniosa ed efficace comunicazione. La comunicazione ha a che con la vita in genere, e quindi tutto questo è in stretta connessione con quanto noi siamo disposti a “dare”, ad impegnarci quotidianamente nel migliorare ed applicare una buona comunicazione.

-L’ufficio Americano di valutazione della qualità dei servizi afferma che l’ostetrica è l’operatore più adatto a “comunicare” ; naturalmente sono consapevole delle problematiche che affliggono l’attuale sistema sanitario, però non si può trarre per questo le motivazioni per non svolgere al meglio delle possibilità il nostro lavoro .

-Questa esperienza ha confermato l’importanza dei fattori psicologici,

e quanto la mente influenzi l’intero organismo.

-E’ importante per una ostetrica avere una chiara idea della propria professione, acquisire la consapevolezza che nell’evento nascita è l’unica figura professionale in grado di stabilire un rapporto umano con la donna in un momento particolare ricco di implicazioni emotive; e che la nostra professionalità deve essere in funzione dei bisogni e dei problemi delle donne  .

-E’ altresì importante che la persona assistita diviene il centro di ogni attività per renderla così la vera protagonista , unica artefice del proprio cammino che la porterà a divenire madre.

-Ogni volta che noi siamo consapevoli, di aver dato realmente qualcosa di noi ad un’altro individuo, per assisterlo in un momento particolare della sua vita, si cresce un pò di più e ci si sente un pò più grandi, di una grandezza particolare .

Bibliografia:

-   “ Assist processing handbook “, L. Ron Hubbard, Bridge Pubblications inc.  Los Angeles

-  “ Una nuova ottica sulla vita “ L. Ron Hubbard New era publications

- “ Ecologia della Nascita “  M. Odent

- Introduzione ai Gruppi Balint, ediz. Piccin Padova 1985,   2° Edizione Luban-Plozza B., Pozzi U.

- “ Arte e Scienza della Midwifary “ , L’ Ostetrica oggi, M. Guana      F. Lucchini C.I.C. Edizioni Internazionali

 

Commenti

Nessun commento finora.

Invia un commento

 
(Non sarà pubblicata)
 
 
Commento